LA GUERRA CIVILE D'AMERICA - SEBA PEZZANI IN CONVERSAZIONE CON JAMES GRADY

di Laura Bonelli


Esce per Solferino il nuovo libro di Seba Pezzani, La guerra civile d'America, un saggio-conversazione con lo scrittore James Grady.

Autore, tra i molti romanzi pubblicati, del celebre I sei giorni del condor, Grady ha lavorato anche presso il Senato ed è giornalista investigativo. Seba Pezzani è giornalista, scrittore e musicista. Grande conoscitore della cultura americana, in questo libro Pezzani esplicita in modo particolare la sua capacità narrativa, intervallando la conversazione di natura politica con la cultura, la società, il costume. Il risultato è un libro molto interessante e gradevole. Pur essendo entrambi gli autori di ideologia progressista e anti-trumpiana, non risparmiano riflessioni critiche anche sul fronte dell'opposizione, instillando nel lettore la possibilità di avere un'idea più chiara degli States e del suo mito di libertà.






Com'è nata l'idea di questo libro e come mai hai scelto di conversare proprio con James Grady?

È presto detto. Una persona che lavora per Solferino e che ho conosciuto molti anni fa, quando pubblicai i miei due libri per Giulio Perrone Editore, mi ha contattato chiedendomi se avevo voglia di scrivere un libro su un altro amico scrittore. In realtà, non se n'è fatto nulla, anche perché quell’amico nel frattempo aveva avuto serissimi guai di salute. Però, Solferino un libro lo voleva comunque, pensando che pubblicasse qualcosa che associasse l’idea della scrittura e, dunque, della libertà di pensiero alle limitazioni a tale libertà che la seconda presidenza di Donald Trump stava creando potesse essere interessante. Io ho suggerito il nome di Grady perché, oltre a essere un amico, è una sorta di radicale, una figura non allineata, fortemente progressista e dichiaratamente anti-trumpiana.


Quale immagine dell'America attuale dipinge Grady?

Un’immagine alquanto sconfortante. Quella di un paese che non riesce a risollevarsi da decenni di ignavia politica e che continua ad appoggiarsi ai valori patri e alla gloria economico-militare che sa più di tardo impero romano che di fasti da repubblica illuminata. Gli USA si sono avviati lungo una china molto pericolosa. In realtà, la mia visione personale degli USA e del loro ruolo nel mondo è molto più negativa di quella di Grady che, comunque, resta fieramente americano, un patriota, convinto della bontà di un modello che, a mio avviso, non fa acqua solo da qualche anno, ma che ha in sé da sempre i semi di un disastro annunciato e ancora non del tutto manifesto. Certamente non ancora compiuto. Io, che americano non sono, malgrado la passione sfrenata che ho avuto negli anni per la cultura popolare a stelle e strisce, sono sempre più pessimista. Al punto da essere diventato antiamericano. Così come sono diventato antisionista. Credo che i disastri che questi due paesi hanno creato dalla fine della Seconda guerra a oggi siano sotto gli occhi di tutti. Israele ha avuto la vaga scusa di essere stato oggetto del peggior genocidio nella storia. Gli USA hanno il torto enorme di essersi scelti ciecamente come nemica l’ideologia marxista e di aver trascinato il resto del mondo nella loro crociata. Sono passati più di ottant’anni e la sensazione è che non abbiano nessuna voglia di cambiare. Un cambiamento serio potrebbe partire solo dagli USA e solo ammettendo che la presunta superiorità del loro modello di democrazia per compiersi ha fatto sparire la cultura dei nativi e ha sfruttato le sofferenze di milioni di schiavi africani. Un autentico esame di coscienza non lo faranno mai. Non porta voti e nessuno vuole essere il primo a mettere il dito nella piaga. Non lo ha realmente fatto nemmeno Obama. In assenza di tale ripensamento, non cambierà nulla in America (dove la gente non ha contezza della situazione del resto del mondo ed è felice di non averla) e, di conseguenza, non cambierà nulla in Palestina.

James Grady


Nel libro mi sembra che non si ragioni secondo una propria ideologia, ma che ci sia una valutazione critica della politica e la società statunitense...

L’intenzione era quella. Non ho la minima remora, quando scrivo, a mettere in chiaro da che parte sto politicamente e, prima di accettare di scrivere questo libro, ho avvertito l’editore che non mi sarei tirato indietro. Ciò non significa, naturalmente, prendere cantonate solo per aver sostenuto teorie ideologicamente forti. Ho la convinzione di non averlo fatto, di essere stato quanto più “scientifico” possibile nella mia analisi. D’altro canto, vado dicendo che Trump è un pericolosissimo pessimo elemento da molti anni. Pare che qualcuno nel mondo se ne stia finalmente accorgendo. Pare che anche in Italia qualcuno abbia iniziato opportunisticamente ad aprire gli occhi. E, udite udite, sembra che persino negli USA la sua luna di miele con l’elettorato, persino con quello più adorante – una parte dell’universo MAGA, per intenderci – stia concludendosi anzitempo.


Il presidente Trump spiazza ogni giorno con dichiarazioni diametralmente opposte, però  Grady sembra sicuro di una cosa: "Le cose che temo maggiormente in vista delle elezioni di metà mandato sono corruzione e repressione. Trump sta facendo il possibile per esercitare un controllo assoluto sul voto..." Sembra l'immagine di uno stato dittatoriale...

Ho parecchi amici negli USA, ancorché quasi tutti progressisti. Però, senza alcuna distinzione o quasi, mi dicono che vivere negli USA oggi non è più come una volta, che certi diritti dati per assodati – io sono un po’ meno convinto – stiano sfumando in una neanche tanto strisciante tirannide. Non c'è minimamente nulla da ridere. Credo che le immagini delle retate dell’ICE a Minneapolis e dell’uccisione brutale, a sangue freddo di due diversi dissidenti non abbia bisogno di commenti. Eppure, da noi non si è sentita una sola parola di riprovazione dal nostro governo che, per iniziare a far sentire una voce “libera”, ha dovuto attendere che Trump se la prendesse con il Papa. Insomma, scherza coi fanti ma lascia stare i santi. Ciò detto, l’altra cosa su cui James Grady traccia uno scenario da paura è la crescita incontrollata del potere in mano ai nuovi supermegamiliardari, quelli che gestiscono le grandi società dell’intelligenza artificiale. Credo che abbia individuato il vero male assoluto del prossimo futuro.


La filosofia MAGA proposta da Trump come si concilia con il problema delle armi in America?

Si concilia benissimo. Il popolo americano è dalla sua stessa concezione attraversato da una corrente di violenza insopprimibile. I padri fondatori hanno addirittura codificato la possibilità della violenza inscrivendola nel Secondo Emendamento della Costituzione che – e su questo James Grady non è d’accordo con me – è una sorta di giustificazione della rivoluzione. Il cittadino ha il sacro e pure santo diritto ad armarsi quando e come vuole. Il vulnus sta anche in quello: nel 1776 non c’erano fucili d’assalto potentissimi come quelli che si possono tranquillamente acquistare oggi. Comunque sia, la Bibbia (che i seguaci del movimento MAGA pare abbiano tutti accanto al letto, non si sa se sul comodino, dentro il comodino o sotto il comodino come zeppa) è piena di nefandezze e violenze e non stupisce che chi si professa cristiano rivendichi anche il diritto-dovere di colpire l’avversario. Perché se Dio è con noi – e gli americani sono certi che sia con loro – non può essere contro di noi e, dunque, se ci battiamo contro il nostro nemico, il nostro nemico è sicuramente Satana, il nemico di Dio. Il resto sarebbe roba da ridere se non fosse roba serissima.


Seba Pezzani

Nel libro scrivi: "Sembra che l’America, dalla Seconda guerra mondiale in poi, abbia bisogno di un nemico." Perchè?

Mi piacerebbe tanto avere una risposta. Anche in questo James Grady – che evidentemente è molto più ottimista e idealista di me – non è del tutto in linea con il mio pensiero. Io penso che gli USA vogliano un nemico perché hanno costantemente bisogno di dimostrare al prossimo il loro valore. Se il prossimo se ne sbatte di riconoscerlo o, semplicemente, ha troppe cure nella quotidianità per mettersi a fare la gara di chi piscia più lontano, gli USA si stizziscono. Sembrano uno di quei pugili che promettono faville alla cerimonia del peso e, talvolta, le fanno pure. Avere un nemico implica poter rivendicare ogni istante la propria idoneità a sedersi nell’olimpo dei giusti. È un’assoluta ossessione americana. Il paradosso tristissimo è che si potrebbe – e mi spingo a dire dovrebbe – dimostrare la propria adeguatezza se non superiorità attraverso valori positivi e, viceversa, gli USA finiscono sempre per fare leva su una superiorità che è solo materiale. Il lavaggio del cervello a cui gli americani vengono sottoposti dalla nascita è talmente totalizzante che persino le menti più brillanti, le sensibilità più illuminate e le personalità più spiccate non riescono a spogliarsi dello stendardo della perfezione. Sarà che detesto il nazionalismo se non quando è al servizio della lotta di liberazione di un popolo dal giogo di un colonialista, ma questa sovraesposizione della bandiera a stelle e strisce, che un tempo mi faceva sorridere, oggi mi dà il voltastomaco. Ricordare a ogni pie’ spinto che l’America è la patria dell’uomo libero, che Dio le vuole bene perché l’America in lui ha fede, che gli Stati Uniti sono la democrazia più perfetta e il paese più ambito è una sciocchezza. Prima di tutto, ovviamente, non è vero. In secondo luogo, è indice di assoluta immaturità storica.


Nella parte conclusiva del saggio c'è una riflessione, forse un po' amara, sulla situazione attuale del giornalismo...

Credo che sia una considerazione che esula dal contesto americano stretto. A farla è soprattutto James Grady, ma io mi associo senza riserve al suo pensiero. Non dico che ci metto pure il carico, ma mi è sempre più chiaro che il giornalismo come lo conoscevamo sta morendo e che, forse, non lo conoscevamo neppure tanto bene perché eravamo tutti convinti che potesse esistere una cosa chiamata “stampa libera”. Non è forse mai esistita. Oggi, in compenso, hanno più visioni certe stronzate postate online e platealmente non credibili rispetto ad articoli di giornali scritti da figure pure autorevoli che ormai non legge più nessuno. Non ho chiaramente la sfera di cristallo né tantomeno la bacchetta magica. Considerato il livello di cultura di base medio negli USA, l’agonia del giornalismo tradizionale non sorprende affatto. E non è che in Italia siamo messi molto meglio. La guerra tra Ucraina e Russia e, soprattutto, le violenze inaudite in Medio Oriente hanno lasciato intendere che non ci sia la volontà di raccontare le cose per bene e, soprattutto, di mondare la narrazione degli orpelli politico-militari per concentraci, piuttosto, sulla portata umana di quanto accade.

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