Cento anni di Turandot sul palco del Ponchielli

 di Ornella Altavilla

Foto di Alberto Cataldi 




Venerdi 2 ottobre la stagione d'opera del Ponchielli prende il via con Turandot di Giacomo Puccini, l'ultimo celebre e incompiuto lavoro del compositore lucchese che ha consegnato la parola fine anche all'intero genere operistico. Una circostanza curiosa e di effetto se si pensa che, sullo stesso palco, solo una manciata di settimane prima veniva celebrato il Monteverdi Festival tripudio, al contrario, della nascita del melodramma; una parabola di secolari dimensioni che acquista ancora più spessore nell'anno del primo centenario di Turandot e che, sicuramente, ha accompagnato con grandi aspettative l'attesissimo spettacolo.




A celebrare la musica immortale di Puccini nell'anno del suo importante anniversario è l'orchestra I Pomeriggi Musicali diretta dal Maestro Alessandro D'Agostino che ha saputo valorizzare le note del compositore con un'interpretazione brillante e coerente con le scelte registiche oltre che con impeccabile sapienza tecnica. A rendere ancora più reale la magica vicenda della principessa di Pechino il progetto luci di Jenny Cappelloni in costante dialogo con il lavoro e i ruoli del cast. 

Straordinario il lavoro della regia aderente al libretto e allo stesso tempo personale e attuale: Nadir Dal Grande propone, come da didascalia di Puccini-Adami-Simoni, la piazza di Pechino catapultata ai tempi delle favole. Un'indicazione che, nella sua indeterminatezza, lascia ampie libertà registiche e creative oltre a quelle immaginative volute dal compositore, pur nella cornice dell'aura fiabesca che avvolge il dramma in ogni suo aspetto e in particolar modo nel continuo alternarsi di buio e luce, tenebre e splendore paradigma della maledizione e snodo dell'intera regia di Dal Grande. E' proprio il tema della maledizione a guidare l'intera vicenda e l'operazione registica sintetizzata fin dal proclama iniziale del Mandarino che declama l'editto di Turandot accompagnando le parole con movimenti magnetici e carichi di energia come in preda a un sortilegio. 




Nessun cambio scenico, tutto si svolge nella stessa piazza su cui si apre il portone della reggia imperiale, appaiono le teste mozzate degli sfortunati pretendenti e si muove la folla, a tratti, vero protagonista dell'intera vicenda. Un unico luogo contenitore di una storia che si articola e prende sostanza attraverso la musica, le luci, il movimento e i numerosi (e non sempre risolti) enigmi.

Il sortilegio della principessa innerva l'intera scena rendendo oppressa la folla, colorando di grigia aria fredda tutta la piazza e sprofondando nella rassegnazione l'imperatore, esausto e immobile, mentre canta ripiegato su se stesso assiso su un trono alto e lontano. Tutto e tutti sono in ostaggio della gelida Turandot. Tutti tranne Liù la povera schiava che, cantando soltanto poche parole di umile amore, illumina di luce calda e rassicurante tutto l'intorno. Un amore irragionevole nato “quella volta” da un solo sorriso del tracotante Calaf. 

In questo costante avvicendarsi di buio e luce il dramma si srotola attraverso i tre atti correndo serrato fino all'interrogativo finale.




Le scelte registiche (il fermo immagine sulla piazza di Pechino, il palazzo della principessa, la folla ) sono tutte linee prospettiche che corrono verso un' unica e ben netta via di fuga, quell'unico fuoco che è la non- fine di Turandot, una storia che ci lascia con un effetto di fade out narrativo e storico. Dal Grande, infatti, sceglie di non rappresentare nessuno dei due finali postumi, né quello di Alfano né tanto meno quello di Berio, ma si attiene alla tradizione che, da Toscanini in avanti, determina la chiusura del sipario nel punto in cui Puccini, morendo, ci lascia disorientati e , ancora oggi, smarriti nel non sapere come sarebbe finita.

 A nulla vale l'astuzia di Calaf che, se da un lato riesce a cantare la soluzione dei tre quesiti, non riesce a risolvere il più grande e il più disarmante interrogativo della storia dell'opera e della musica intera: perché l'Opera finisce con Turandot? 




 Un interrogativo cosmico che, anche a distanza di anni, non trova risposta ma si perde nello sgomento per la morte della povera Liù, archetipo dell' Umile che sacrifica se stesso “soltanto” per amore.

Commenti