Il Ring di Currentzis: letteralmente ohne Worte
di Ornella Altavilla
Der Ring ohne Worte è il nome della sintesi sinfonica elaborata da Lorin Maazel nel 1987 per riproporre, in un condensato di circa ottanta minuti, l'intera tetralogia wagneriana: sedici ore di un'opera, ben più densa e complessa, che hanno trasformato il lavoro del direttore statunitense in un'operazione audace, condotta non senza riserve e scetticismo, ma con l'inaspettato risultato di avvicinare un pubblico numeroso al monumentale lavoro del compositore tedesco.
Attualmente le registrazioni del riassunto wagneriano abbondano e tali e tante sono le versioni dello stesso da renderne l'ascolto un'esperienza facilmente praticabile.
Tuttavia, stando alle voci distrattamente colte nel foyer del teatro o nei corridoi dei palchetti, sembra che la maggior parte del pubblico del Comunale di Modena fosse presente in sala, il 12 Febbraio, non tanto per la curiosità di ascoltare i celebri leitmotiv del Reno o del Walhalla, quanto per assistere alla performance di Teodor Currentzis.
L' artista, di origini greche, è operativo ormai da anni in Russia come direttore d'orchestra, fondatore e direttore artistico di due realtà orchestrali di rilevanza internazionale, musicAeterna e Utopia, con le quali ha affrontato importanti pagine del repertorio sinfonico e collezionato prestigiosi premi. Spesso discusso da una parte della critica, è definito “sciamano”, “affabulatore”, “eccentrico” o, più moderatamente, “insolito”.
Teodor Currentzis rappresenta un fenomeno artistico controverso e rivoluzionario ed è sufficiente il suo ingresso sul palco per provocare le critiche dei detrattori: il passo fiero, la giacca senza maniche, le braccia nude e i pantaloni attillati. Currentzis non sale sul podio e dirige senza bacchetta perchè anche lui, pur essendo l'unico a non avere nessuno strumento, possa suonare assieme agli altri senza nessun limite fisico che impedisca il fluire dell'espressività della musica.
Ogni dettaglio della sua immagine è intenzionale e rende ancora più disarmante l'efficacia della sua idea musicale, in grado di superare l'abbigliamento, il gesto e le convenzioni. Sul palco, assieme a Currentzis, oltre 100 musicisti (fra i quali, ahimè, solo due italiani) compongono l'organico di musicAeterna, l'orchestra che lo stesso fondatore definisce collettivo. Non è solo una differenza formale, un'altra trovata dell'ellenico maestro per essere anti-retorico a prescindere. In musicAeterna non ci sono violini primi o secondi, musicisti di fila o di sezione. Ogni componente è un solista e, come tale, suona dalla prima all'ultima fila, con un coinvolgimento assoluto. E' totalmente assente la percezione di un ordine gerarchico, di parti secondarie o primarie, di differenza di ruoli o di funzioni: nessuno è in atteggiamento di supina obbedienza al direttore.
La sensazione è di avere di fronte un corpo in cui ognuno riesce ad essere parte indispensabile del tutto senza rinunciare al proprio pensiero musicale che riesce a sublimarsi, grazie all'attento ascolto, con quello degli altri. Currentzis dirige, costruendo idea su idea, grazie alla partecipazione di tutta l'orchestra in cui ognuno è legato all'altro in una fitta trama di sguardi e ascolti tenuta assieme dalla rassicurante e reciproca fiducia infusa con sapienza dal carismatico regista.
E' straordinario l'impatto dinamico sia nei “diminuendo”, in cui la sconcertante energia del forte raggiunge inimmaginabili livelli di intensità di piano, sia nei “crescendo” in cui l'orchestra si trasforma in un mare in tempesta e l'agitazione degli archetti, che si muovono scomposti ma musicalmente impeccabili, sono la personificazione dell'agitazione della musica.
Un risultato complessivamente ricco di espressione: semplicemente Musica che, ogni tanto, ringrazia. Respira, ringrazia e ci regala momenti di felicità.
E' proprio l'interpretazione così personale e riconoscibile che divide il pubblico fra esaltazione e scetticismo nei confronti di Currentzis.
Ma, d'altronde, perché continuare ad ascoltare pagine secolari se sono sempre tutte uguali a se stesse?
In una musica in cui è assente la componente improvvisativa non può ridursi tutto a un edonismo esecutivo. Quale grande appagamento estetico può nutrire un'anima che desidera soddisfare la sua sete artistica da una performance in cui è presente esclusivamente il parametro esecutivo? E' solo attraverso la costruzione di un pensiero che la musica diventa concreta e riacquista un senso. Un senso che non risponde alla domanda Perchè?
A volte, infatti, è da intendere il senso come direzione verso un Dove che non trova posto necessariamente sul pentagramma.
Il pentagramma conserva le note ma le idee sono altrove, in quello spazio invisibile che sta in mezzo, fra le note e il musicista.
Quel luogo magico dove vive la Musica.



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