IL GIARDINO DI AMELIA

 

di Bruno Pompili


Marcel Janco, Capra (1950)


C’è voluto tempo per non confondere il buio della notte con lo scuro delle nuvole da tempesta, insolitamente da nord-ovest, che si raccoglievano nel primo pomeriggio ormai da tre settimane, e non era piovuto una sola volta se non due gocce.

Poi, lentamente, il buio è il buio.

E la siccità invernale, gelida e paralizzante, rinsecchiva le mammelle delle capre: a questo non eravamo abituate nel nostro paese; se ne era sentito parlare da un passante, ma veniva da un’isola vicina, dove c’erano sempre fenomeni curiosi come strane erano lì le persone, e così non ci avevamo fatto caso.

Il buio non è sempre uniforme, perché l’occhio induce luminescenze, che non sono i fosfeni di cui può parlare il dottore degli occhi.

Aveva la forma di una capra, quella molto vaga luminescenza che sbandava e si riformava dietro lo steccato degli attrezzi grandi. Non ci facevo caso fino a quando sembrò bloccarsi e guardare verso la mia finestra semiaperta: per istinto la chiusi con forza e il rumore ha fatto sobbalzare la capra, se era una capra.

Un riverbero verso lo stagno ha attratto di più la fissità dello sguardo: corna ce n’erano, vistose e chiare ma non era la capra, non ci sono capre così grandi, neppure capri, forse arieti, che però non stanno qui e forse neppure altrove, di così grandi e poi luminosi.

Il buio tornò subito, e col pensiero che sono troppo stanca ultimamente. Ci ho pensato a lungo nella notte, alla stanchezza, alla situazione del tempo così diverso nella direzione dei venti, nei cumuli di nuvole senza piogge – sembrano anni – nelle sofferenze indotte negli animali e nelle piante.

Io potevo resistere, avevo dei vecchi pensieri e riserve fisiche che mi tengono attiva, ma devo smettere di preoccuparmi di troppe cose; me lo dicevano sempre che sono una femmina senza filosofia: non capivo cose c’entrasse la filosofia ma accettavo il punto di vista, che era amichevole quanto estraneo e gelido.

Pare che il mio nome fosse stato dato apposta, in previsione di qualcosa collegato a disinteresse, a indifferenza. Non c’era nulla di sensato in quei discorsi, e anche chiamarsi Amelia non significava nulla, almeno per me.

È stato allora che la porta ha avuto un colpo, seguìto da uno scalpiccio: qualcosa di più di un ovino e qualcosa in meno di un equino: non c’erano cavalli nei dintorni, e gli asini non fanno mai storie di spostamenti, non hanno inquietudini o richieste di aiuto.

Mi sono alzata veloce e ho sentito molto freddo: qualcosa era cambiato nella notte, e sembrava quasi un rumore di pioggia.

Non saprei dire per quanto tempo sia piovuto, ma pensavo spesso all’arca di Noè. La maggior parte delle capre sono morte, ma non per l’acqua, avevano come delle bruciature sui fianchi e un anello scuro intorno al collo: un cerchio di fuoco sarebbe stato.

Poi in poco tempo sono morte anche le altre; smettevano di mangiare, bevevano molto, si assopivano e morivano nel sonno. Se era sonno.

Dall’isola vicina, Sant’Isidoro, arrivavano voci, o meglio dei sentito dire, secondo i quali morivano anche i pastori. Io non vedevo mai nessuno e non avevo più neanche una bestia.

Un cane che tempo addietro veniva ogni tanto attorno casa non lo vedo più. Figure dal paese anche girano al largo. Una volta o l’altra diranno che è colpa mia. Di tutto.

Come dire: Amelia che sta da sola da tanto tempo non vede nessuno come vive cosa fa Amelia è un diavolo non è neanche femmina non se l’è mai presa nessuno neanche donna è è proprio un misto di diavolo e strega…

Mi possono prendere nel sonno.

Dovrò organizzarmi meglio.

Mettere dei campanelli, insomma dei bidoni di latta, fare delle trappole scavate nella terra, ricaricare le trappole per volpi e lupi che ho ancora da qualche parte; so dove stanno. L’ultima volta le aveva caricate Ardusio, il mio vecchio, poi si era ferito e le avevamo messe via. Lui poi è morto per una ferita infettata e l’ho sepolto io da sola, lontano dalla casa. Nessuno mai chiese notizia di lui, e io per sicurezza dalle indiscrezioni non ci ho neppure messo una croce sopra; non sono neanche più tanto sicura di dove fosse esattamente la sua buca.

Volevo seppellire lì, quando abortii, il piccolo feto, dalle stesse parti, ma mentre scavavo un lupo se l’era preso via. Non pensai molto, ero stata incinta di un passante che mi aveva convinta.

Quando mi sveglio presto la notte mi chiedo cosa succederà di me quando mi spegnerò, ma sono tranquilla tanto io non ci sarò per preoccuparmene.

A meno che non vengano su dal paese per bruciarmi, con quegli anelli di fuoco come al collo delle mie capre.

Qui fra un po’ non ci sarà pietra su pietra e dopo, quando sarà dimenticato anche il nome della strega e frammenti di racconto sul buio e sul vento e di come succedevano cose strane tutt’intorno, saranno soltanto alcune pietre, poche, smangiate dall’umidità e intrise di radici infestanti, senza forma per un tempo indefinito.

Cosa vuol dire Amelia.

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