IO CIRCE, IN NOME DI CALIPSO


di Bruno Pompili


Reg Butler ‘Circe Head’ 1952-3


Non so se col tempo il nome abbia importanza. Io sono stata detta in molti modi, e non sono sicura che tutti fossero veri. Certamente, non tutti giusti.

Poiché ora sto parlando per nome di un’altra, sarà bene che mi dica Circe con chiarezza. Sono io. Mi hanno attribuito trucchi e filtri, di cui in realtà so poco. Le parole sì, so dirle chiare, non tanto per quel che riguarda me stessa, ma per lei Calipso che me le ha affidate.

Non le avevo richieste io, però evidentemente lei aveva bisogno di pronunciarle, dopo essersi ripresa dal viaggio, dalla lunga stanchezza e dalla confusione del suo destino: anche una come Calipso dunque ne aveva gestito solo una parte.

Dopo aver vomitato per un intero giorno e un’intera notte, mi sorrise.

Non sapendo nulla di lei, aspettavo; ma un segno buono si può scambiare e intendere, soprattutto se sei abituata a stare da sola.

Si era molto spaventata – così si spiegò – alterata senza ragione, secondo me. Il vomito era cominciato mezza giornata dopo il suo arrivo, e più di questo mi preoccupavo che non della stanchezza.

Me la disse. La ragione. Aveva notato un pezzo di imbarcazione, un rottame da naufragio fra le pietre della mia scala che dal mare porta alla casa. La tempesta lo aveva infisso con colpi d’onda, che quella volta risuonavano fin sulla montagna come quasi mai avrei risentito in seguito.

Lo riconobbe e vomitò. Infatti era un relitto, un frammento della barca, una zattera piuttosto, di uno che conosceva.

Era lo stesso che poi aveva passato un suo tempo – non un mio: che difficilmente si altera o passa – in questa abitazione, con alcuni compagni, poco raccomandabili, per il comportamento avuto con le mie serve.

Era dunque quello stesso Oudìs di cui si interessavano sovente gli dei, che lo spostavano qua e là a capriccio facendogli credere certi sogni, convincendolo soprattutto che lui volesse tornare a casa. Io non l’ho creduto; non me lo ha dimostrato; né mi convinco facilmente a parole: i fatti dicevano altro.

Dicevo: il comportamento. Non parlo del primo impatto, perché capisco che dopo tanto viaggio e pericolo quei remiganti si buttassero con angoscia sulle ragazze, e Oudìs con me. Ma dopo, giorni, potrei dire mesi, a volte mi sembrano anni, perché io vivo tutto al presente, dopo, era rimasta ancora nell’aria quella angoscia opprimente, e spesso fastidiosa: più per me che per loro e per le mie ragazze. Oudìs andava addomesticato, e si calmò.

Quando se ne andò, dicendo che aveva udito delle voci, che lo chiamavano, e che qualcuno era venuto nella notte a svegliarlo e a portargli messaggi, io non avevo posto ostacoli. E anzi gli suggerii di andare da un indovino che conosco, benché difficile da raggiungere, perché lo liberasse, se possibile, dai compiti sovrumani che lui da solo si dava, o s’immaginava: insomma la stessa cosa. Lo avevo fatto aiutare nel costruire una buona imbarcazione e gli diedi le provviste giuste per un viaggio molto lungo, se mai lo avesse compiuto.

Quando se ne andò, dicendo quel che diceva, era stata una liberazione. Così legato al tempo, alle cose, ai racconti, Oudìs non poteva proprio adeguarsi a me e alla mia casa, che copriva un intero promontorio, e giardini scalinati dalla densità infinita. Terrazze sospese nella luce, percorsi pensili per chi sapesse camminare. Sognare anche.

Ascoltai con curiosità Calipso, che era partita per cercarlo, seguendo le stesse tempeste che vengono sempre verso qui, e mi sembrò veramente esagerata, forse inspiegabile. Lei meritava molto; la persona che cercava, ben poco. Ma per quanto casuale, io fui un buon approdo, anche per lei. Ci meritavamo.

Quando si fu riposata e adeguata al mio luogo, la sua bellezza fece luce, e fermava il movimento delle stagioni; diminuirono a lungo i venti e restarono più basse le onde; feci aggiustare l’insenatura e le pietre per scendere alla quiete delle grotte marine.

Calipso veniva da molto lontano, un luogo dove si nascondeva e non veniva trovata, non perché lo volesse, ma doveva farlo per un ordine che le era pervenuto, o si era imposta da sola senza capirlo.

Quel che veniva detto di lei in alcuni porti e paesi di confine era vero; la sua costante assenza aggiungeva parole in diversi luoghi e in tempi vuoti della sera pronta al sonno. Qualcuno, più timido o più astuto, intendeva che non esistesse in realtà.

Non si arrestavano né i racconti di viaggio, né i segni diffusi dei naufragi; intanto sempre qualcuno partiva, il più delle volte in segreto, per trovarla.

Bastava seguire il tramonto – così si diceva: un inganno – perché quella era la rotta.

Ma il sole fuggiva irraggiungibile, fino al momento per i naviganti di riprovarci quando tornava vivo dopo una notte lunga. Comprendendo lentamente che era inutile, o una corsa improponibile, imparavano però limiti ondulanti e testarde illusioni.

Calipso abitava alle porte del mondo, quella soglia accecante e senza profilo che assorbiva i desideri e ogni attenzione; così era lei proprio ad essere dimenticata, e a quel punto non più cercata.

Solo dopo aver fallito l’attraversamento delle porte, per una debolezza chiamata paura o per venti indomabili, tornava loro in mente l’altra meta, evanescente dentro un soffocante intervallo, che era l’impronunciabile bellezza di Calipso.

Io che l’ho vista posso confermare che le parole non soddisfano, non possono proprio essere usate. Allora si può soltanto essere concreti e ordinati, affermare con segni semplici le parti del tutto.

Enumerare con poco, resta l’unica possibilità, denominando gli occhi, i capelli, le incavature ombrose, le pianure e i fiumi, i monti e i laghi del suo corpo, i movimenti docili e i sussulti della sua corsa a sempre nascondersi per non essere mai presa. E come tralasciare i vulcani, che potevano essere sorvolati da aquile e usignoli. Le gambe che si allungano quali murene tigrine prima di unirsi in unica coda di sirena che si adagia come seta cantando nei giardini sommersi della mia isola.

Nessuno, né quelli che l’hanno cercata, potevano capirla, e per questo non la trovarono.

La bellezza davanti alle porte del mondo non apparteneva né al luogo lasciato alle spalle né allo sguardo puntato altrove. L’inesistenza dominava i sogni.

Calipso capiva, e mi ha detto il suo luogo, nel caso fosse ripartita e avessi voluto raggiungerla, forse trovarla di nuovo.

Era lì dove il mare diventa troppo lontano per andarci, o se trascinati, è ancora mare fino alla linea poco prima invisibile dove precipita d’improvviso e poi risale con pari forza.

Lo so: un punto così inesistente di fronte alle porte, così ignorato; chi ci provava tornava indietro terrorizzato; poi non parlava quasi più, e aveva un’aria sperduta, silenziosa, fatta di occhi liquidi e assenti.

È soltanto in rarità assolute che a lei era imposto o consentito mostrarsi agli sperduti che l’avevano raggiunta, e per un tempo limitato accogliere i naufraghi, che dovevano rimettere in ordine la memoria antica, le parole, e ripristinare i sogni, con l’obbligo ineluso di dimenticare la realtà e descrivere un luogo fatto solo di vento e di nebbie.

Avrei voluto trattenerla sempre di più, perché avevo molto da imparare, e anche mostrarle per parte mia l’errore o il malinteso o quanto fosse stata contagiata dal destino degli altri, quelli che lei aveva soccorso, e che aveva poi l’ordine di lasciar partire o di cacciare.

Non doveva seguire Oudìs, l’ho detto chiaramente, ma la fortuna è stata mia, in questo incrocio di sogni, di quelli che appena apri gli occhi si disperdono, e invano cerchi di riannodarli richiudendoli nel buio.

Il momento successivo, il più doloroso, è quando li dimentichi. E non lo capisci.

Per adesso Calipso ancora si dice qui, che ogni tanto mi parla e si racconta.

Io possiederei, per fama, delle presunte arti e qualità, infatti stento a crederci io stessa; ma una cosa mi riesce naturale, ed è sapere le linee del futuro, e come dirle bene, sempre al presente, pur senza essere un’indovina.

So persino che Calipso mi disorienta, per questo il mare è pieno di percorsi diversi, anche verso dove il sole sale, così apparentemente privo di porte.

Lei mi rassicura che è ancora qui. Perché allora io la cerco altrove.

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