CANTAMI, O BARTOLI

 di Ornella Altavilla 



Il concerto di gala di Cecilia Bartoli del 28 maggio al Teatro Amilcare Ponchielli di Cremona, evento di anteprima che ha inaugurato la 43ª edizione del Monteverdi Festival, è stato un trionfo assoluto, salutato da ovazioni interminabili e da una letterale pioggia di rose lanciate dai palchi. 

Il Ponchielli tutto esaurito è il riconoscimento dell'affetto e della stima verso la Bartoli, oltre che l'occasione mondana di un'intera città che vive ed è consapevole delle proprie radici musicali, intessute di barocco e intrecciate attorno alla figura di Claudio Monteverdi, patrono della musica e, quasi, secondo patrono della città lombarda. 

Per il terzo anno di seguito ospite del Festival, Cecilia Bartoli ritorna a Cremona da Diva fra le Dive proprio in un'edizione tutta dedicata al tema della Musa, in diversi modi declinato, a partire da Omero per poi attraversare l'opera di Monteverdi fino ad arrivare alla struttura del cartellone che si snoda fra titoli di opere che hanno per protagoniste figure femminili nate nel mito o vissute nella storia e che si sono guadagnate l'immortalità grazie alla penna di scrittori e compositori.

Cecilia Bartoli, la Diva senza divismo, entra in scena, o meglio, “appare” in uno dei palchetti laterali aggettanti il palcoscenico, sulle note del prologo dell'Orfeo dopo la celebre Toccata iniziale, accompagnata dalla, è proprio il caso di dire, Sua orchestra Les Musiciens du Princes-Monaco. Una collaborazione costruita dalla stessa Bartoli nel 2016 con la precisa intenzione di affrontare il repertorio barocco secondo un'impostazione filologica e di cura smisurata per la sua autenticità.

L'affiatamento fra la Bartoli e l'orchestra di Capuano ridisegna i ruoli dei musicisti ed elimina la relazione di accompagnamento gregario dell'orchestra nei confronti della cantante, valorizzando così, non solo gli artisti e la loro performance, ma la Musica. 

L'elemento rivoluzionario è la scelta acustica de Les Musiciens: l'ensemble suona su strumenti d'epoca con corde di budello che, rispetto al metallo delle orchestre sinfoniche moderne, produce una sonorità meno violenta, più morbida e trasparente, seppur con meno volume. Questa scelta si rivela perfetta per la vocalità della Bartoli. Il mezzosoprano non deve combattere contro un muro di suono e può, invece, permettersi di sussurrare, di accennare pianissimi che fluttuano nitidi nell'acustica del Ponchielli, mantenendo un controllo assoluto del fraseggio. Una scelta acustica ma, prima di tutto, filologica anche nella proposta di Mozart e Rossini, culmine emotivo della serata. L'interpretazione della romanza di Desdemona Assisa a piè d'un salice, nonostante molto lontana dalla tradizione, è quanto di più fedele ad essa. Il pubblico del Novecento, infatti, è abituato a un Rossini e a un Mozart eseguiti da grandi orchestre post-romantiche e cantati da voci liriche pesanti. La Bartoli scardina questa abitudine e recupera lo spirito vitale delle prime esecuzioni storiche, lontane dalle nostre orecchie ma vicinissime alle idee dei compositori.

Chiude il concerto uno spettacolare bis articolato in brani tratti dal repertorio della canzone napoletana, in particolare, di Ernesto De Curtis e una acrobatica improvvisazione su un'aria di Rossini, modificata nel testo e dedicata a Cremona e alla sua mostarda.

Una conclusione perfettamente coerente con le intenzioni della Diva e con la sua missione di eseguire musica caduta nell'oblio per consegnarla al consenso di un vastissimo pubblico.

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