CURVA CIECA

 di Bruno Pompili


French soldier using a specially adapted sniper's rifle with periscope in the trenches, World War I

Lucien Hector Jonas



1

Quando il postino partì rapidamente davanti a noi nessuno pensò che era l’ultima volta che lo avremmo visto.

Le imboscate non erano credibili; al massimo, sapevamo come vederle e evitarle se proprio ci fossero.

Le ultime case prima dell’inizio delle strade contorte e dei saliscendi sembravano come sempre disabitate, ma il sospetto era chiaro: dietro le griglie delle persiane c’erano occhi svegli in quantità. Ma quelli non avrebbero fatto niente, ormai neppure avrebbero informato il comando degli occupanti in ritirata.

E noi avevamo da nascondere molto.

Questa volta erano tre i bambini da portare oltre le linee, attraversando una moltiplicata striscia di nessuno, unica coperta da insonni cecchini, e martellata da un mese da ogni tipo di mortaio. Ultimamente il peggio erano i colpi frazionati. Sfrondavano alberi e ferivano ovunque, quando non erano mortali.

Però, non c’era da perdersi in quelle storie che si lasciavano dietro gli accompagnatori di frontiera prima di noi.

Quando ci hanno consegnato i tre bambini ci ha preso un momento di panico. Poi ci hanno consegnato le medicine, perché avevano la febbre, e le inquietudini del trasporto ci parevano peggiorate. Non eravamo all’altezza, finché si scoprì la novità: ora avevamo una infermiera con noi, che si sarebbe occupata dei piccoli e noi avremmo salvato anche lei: Myrianna Folkhammer, una che veniva da lontano e si stava nascondendo da “mille curiosi malevoli”.

Così dice lei, per non dire che ha addosso una condanna a morte. Ride con una tale pressione in gola che siamo tutti bloccati in un silenzio notte.

Abbiamo tre ore per fare un buon pezzo di strada e preparare un riparo, se non arriviamo dal vecchio Leopoldo che ha sempre molti nascondigli riparati dal vento delle gole montanine.

Abbiamo il via libera dalle nostre antenne quanto ai cecchini, che sembrano ormai spostati altrove, e adesso i mortai stanno martellando due valli più lontano di qui.

Myrianna sembra trovare uno spirito positivo nel marciare rapida, a volte la vediamo che ci guarda e sorride.

Ora i bambini già stanno in braccio a ognuno di noi tre. Domani quando avremo passato il valico potranno correre un poco, in discesa, se staranno meglio in salute.

Myrianna ci ha informati sulla medicina miracolosa che è arrivata in pianura, una notte, con un paracadute, un bengala, e ha salvato già tanti. Ma ce n’è poca. Ma ce ne sarà in futuro. Altri saranno i problemi. Lei, per esempio, dovrà nascondersi anche dai vincitori nostri amici, perché la vita è complicata. Le persone sono complicate. E via, anche le cose tutte.

Questo, tanto per parlare un po’, prima di addormentarci in dei buoni rifugi preparati dal vecchio Leopoldo, che per fortuna ancora sopravvive.

Però ci ha detto che non ha visto passare il postino, e lui lo aspettava per un biglietto importante. È un brutto segno, perché i postini non si fermano mai.


2

Arctur si muove molto nel sonno. Sappiamo che il postino è un parente stretto; non è mai riuscito a spiegarci bene perché e per come. Si muove, e noi ne sappiamo la ragione; sappiamo anche che fra un po’ si alzerà di scatto, come per un incubo, e forse manderà un grido confuso. Poi si alzerà.

«Vado a cercarlo. Potrebbe essere in un fosso, ultimamente aveva dei capogiri. Coi bambini ce la fate da soli, vero.»

Leopoldo si mette di traverso alla porta.

«Non serve. È troppo tardi.»

La domanda non detta è molto nera.

«L’ho saputo da un’ora. L’ha visto il cecchino. Uno che conosciamo. Un odio antico. Lo aspettava da tanto. Lo voleva. Proprio lui.»

«Chi è.»

«Lo stanno già stringendo da presso. Hanno messo Filsd.»

Myrianna chiede chi è.

«Sarebbe come dire un cane, un segugio, ma uno che quando addenta chiude.»

Sì Myrianna non lo sapeva cosa vuol dire, ma capisce subito.

«È così che va, sempre?»

Leopoldo smuove la testa in giù. Poi guarda in alto.

«Sparite! Sono arrivati… No, sono passati diritto. Allora se ne stanno proprio andando.»

Arctur guarda fuori dalla finestra, solo buio.

«Non so come, ma era mio fratello. Me l’ha detto di nascosto mio padre. Sapranno dov’è?»

«Erano in due per essere sicuri della consegna. Ha beccato quello che lui voleva. È volato giù nel burrone grande.»

«Lo diceva sempre: “c’è quella curva che quando la prendo veloce una volta o l’altra volo giù”.»

Ci sono dei camion grossi e dei cingolati sulla provinciale, Leopoldo ci porta giù da una botola, ci chiude e dice che poi torna. Ma se non tornasse, in fondo c’è un passaggio stretto, molto stretto ma si passa.

È una vera tana, nessuno ci vedrebbe, ma ci ha preso il sonno. O meglio, la stanchezza della fatalità.

Al mattino i bambini sono inquieti e senza febbre.

Comunque è meglio se li portiamo sempre in braccio. La strada è ingombra di rottami sparsi, ci potrebbe esser ancora una mina qua e là; Arctur cammina veloce davanti perché se pesta una mina salta solo lui; qualche vecchio tronco sta ancora fumigando, ma passato il valico si fa tutto chiaro, dritto verso sud.

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