L’astuto Oudís si confonde ovvero La scelta di Penelope
di Bruno Pompili
Sidney Meteyard, Penelope on her loom
Gli anni della solitudine non si raccontano, ovvero bastano poche parole; se si volessero chiarire i segreti, allora non basterebbero.
Penelope non poteva nascondere i suoi fatti, ma le parole almeno se le vietò; così preservò molto della sua vita e della sua storia.
La solitudine offre il vantaggio del tanto tempo a disposizione. E il tempo consente di immaginare o ricostruire anche ciò che direttamente non ci appartiene.
Per un tempo Penelope si trovò disorientata; non tornavano i conti dentro le notizie, non tornava neppure Oudís.
I messaggi erano rari, e le novità arrivavano attraverso quelli, o con qualche illusione a voce, a volte luttuose, a volte fuorvianti, o anche insensate, intrise di storie fantasiose che si ampliano con altre, aggiunte lungo il percorso: se il messaggero era bravo, e in giusta parte disonesto, cioè senza volontà di mentire ma con il piacere di sentirsi importante, ascoltato con avidità per una sera, la comunità in attesa ne era acquietata.
I paesi erano sovente attraversati da falsi testimoni e da veri raccontatori. Ne ricevevano ospitalità e in alcune occasioni rispetto.
Che Ulisse, o col nome Oudís, o di Odisseo, non tornasse ancora, era causa di preoccupazione diffusa, nella popolazione e a casa sua. Penelope se la cavava alla grande, sia con durezza o con astuzia, quando chiudendo la sua stanza quando aprendola, se era il caso.
Intanto, di molti, fra i più conosciuti guerrieri già impegnati in vere battaglie, sovente fiancheggiati da fantasiose alleanze in duelli di rappresentanza seppur cruenta, si sentiva dire che fossero tornati. C’era tuttavia una maledizione contro di loro, una opposizione fuorviante e ostacoli accaniti. Anche gli dei si erano mischiati agli umani, e quanti eroi erano ripartiti da quella città lontana e distrutta avevano incontrato follia, stranezze inspiegate, o uccisione dentro la propria casa.
Di Oudís si diffondeva grande gloria, per la sua astuzia e, cosa sorprendente nel suo paese, anche per la forza. C’era ormai quella storia di un cavallo di legno, che doveva essere di sicuro una favola; era anche un poco banale e già sentita, ma non per gli altri, i nemici, che ci erano cascati. E sì che era nei paesi un ripetuto gioco di ragazzi.
I bambini aspettavano lui per farsela raccontare per bene, seduti il pomeriggio sugli scalini delle case; i vecchi sapevano come vanno le cose e che un buon racconto nasconde altre verità, o altre finzioni.
Il fatto è che Oudís non tornava e invece arrivavano i suoi messaggi, scritti per di più. Penelope aveva capito già alla partenza che lui non sarebbe voluto tornare. L’occasione era giusta, per non dare nell’occhio, e per ricominciare un’altra vita.
Qualche legame casuale, qua e là, con donne forse misteriose, ma non rare, di cui si sentiva raccontare da sempre, e che attizzavano le curiosità nelle taverne e negli accampamenti, con dettagli incredibili, era stato messo in conto da Penelope sorridendo o senza troppo pensarci.
Certamente Oudís si era organizzato, perché tattiche e strategie gli erano familiari. Ora costruiva l’assenza.
Lentamente, più per curiosità che per altro e con l’aiuto del caso, Penelope si trovò nella condizione di afferrare il bandolo del garbuglio e venire a capo di uno strambo segreto, un piccolo imbroglio piuttosto. Sorrise di lui tuttavia, in parte ammirandolo, come si farebbe per una persona del passato, remota.
Siccome non ne era del tutto certa, non ne parlò con nessuno, cercando di far fronte ad altri problemi, ma perdendo ogni giorno un lacerto di ricordo e alla fine quasi tutto.
Entrata nell’idea dell’imbroglio, ogni nuova missiva ora le diventava una conferma.
Secondo Penelope, pure lei in familiarità con astuzie e trucchi, Oudís aveva preparato in anticipo dei pacchetti di storie, riserve scritte già pronte all’uso, spesso simili per il caso che una se ne perdesse, approfittando dei momenti d’ozio dell’accampamento: dovevano essere inviate con cadenze preordinate quando non avesse avuto la facilità di scriverne giorno per giorno.
Registrava, inventandole, tante peripezie e contrarietà che rallentavano il suo ritorno a casa, anche in tempi in cui l’assedio a Ilion e la guerra erano lontano dal concludersi.
Non era ancora partito per ritornare, non aveva ancora avuto l’idea di mettere in campo il cavalluccio di legno, che già navigava – così scriveva – e da qualche parte naufragava.
Le chiacchiere e i racconti nelle sere dell’accampamento, il vino d’oriente e la docilità delle schiave, erano la sua fonte preferita, perché utile, e favole incontrollabili suggerivano il contenuto delle sue invenzioni. Un filo logico le collegava per argomento, per spostamenti, incontri, soste inevitabili, naufragi orribili e dimore fatate, o giganti e maghe.
Questa strategia avrebbe anche rallentato la certezza, ed eventualmente il fatto narrato della sua morte.
Intanto la guerra d’assedio durava più del prevedibile; occorreva inventare qualcosa per accelerarne la fine, o almeno bisognava dare altri tempi e altro ordine alla partenza dei messaggi. In questo aveva fatto qualche grave confusione, non potendo prevedere sempre tutto.
Capiva per altro che l’imprevedibilità dei percorsi, i fatali agguati ai messaggeri, la perdita di alcuni, ogni credibile impedimento in tempi così complicati, contrade inesplorate e tagliagole organizzati, tutto questo insieme giustificherebbe qualche salto logico e più di una incongruenza temporale nella corrispondenza diretta verso la sua sposa e regina.
Dure sortite degli assediati, unite al valore ormai riconosciuto dei nemici, arrivarono qualche volta a creare scompiglio nell’accampamento, e un inatteso disordine distruttivo fra le sue cose. Pensando alla confusione naturale dei percorsi non si curò di rivedere l’ordine di partenza delle sue missive, avendo anche perso il punto a cui si trovava nella sua macchinazione domestica.
Penelope sapeva ormai distinguere, lo aveva imparato con la pazienza, fra qualche incongruenza logica dei messaggi e contraddizioni clamorose. La finzione era splendida ma si faceva riconoscere a colpo d’occhio, al suo occhio almeno.
Si compiaceva dell’abilità di Oudís a inventare o meglio a imitare, dunque piuttosto a riferire, perché non gli riconosceva la lenta maturazione di una storia, e invece solo il riassunto di ciò che con curiosità sentiva dire. Sicuramente era abile a ricucire, quasi intrattenesse ospiti davanti al fuoco, magari con una nuova schiava che gli addolcisse le ferite, vere o presunte.
Ancora di più sorrideva, molto di nascosto, pensando che un giorno, qualcuno, molto bravo di certo, avrebbe raccolto fatti documenti e chiacchiere per scrivere una bella storia, complicata, in parte sognante, un lungo canto: quella sarebbe stata la verità per sempre.
Secondo i propri calcoli, interrogando qua e là, parlando con i vecchi, facendo qualche sua breve esperienza di viaggio, raccogliendo memorie da qualcuno che era tornato, purtroppo un poco confuso o proprio allucinato dal tempo e dai disagi, avendo perfino interpellato un indovino famoso, tanto per esibire qualche certezza: fra qualche stagione, il ritorno di Oudís era possibile.
Salvo esiti letali, da qualche parte, fra le cosce di una cosiddetta maga, nell’antro di un gigante furente, nelle acque incontrollate di un vortice inviato da un dio contrario, o per una vendetta fra amici – con lui ti potevi aspettare di tutto – salvo esiti fatali dunque, dell’ultimo momento, e secondo il volo degli uccelli migratori, un ritorno lo si poteva aspettare.
Penelope considerò che occorreva al più presto sistemare le cose della sua casa e delle sue proprietà. Troppi estranei avevano bivaccato nei cortili e nelle cantine, per non dire altro; attraversata la sua stanza, più di rado.
Al ritorno di Oudís – per logica sarebbe avvenuto di notte – tutto doveva essere già sistemato. Raccolse le residue forze amiche e ripulì dagli estranei il palazzo e le adiacenze. Un crudele bagno di sangue, sicuramente; così è che si dice.
Certo che tornò, nel tempo supposto, e con la gioia di tutti; poi a quattr’occhi dovette ammettere delle confusioni. Visto ormai il tutto, e che la sua sposa e suo figlio se la cavavano magnificamente senza di lui, non sarebbe rimasto a lungo, inventandosi obblighi diplomatici in paesi importanti. O occultando con pena una vera ansiosa curiosità, ben visibile nei suoi movimenti quotidiani.
Penelope sorrideva dentro di sé compiaciuta, e bisbigliava: “impegni immaginari”. Purché infine Oudís lasciasse a altri il compito di raccontare. Era persino utile che si decidesse per qualche viaggio qua e là, senza mandanti veri o presunti.
La consapevolezza, a lei bastava. «Una gran donna», si sarebbe detto, un giorno. Avrebbe evitato diari e documenti. Poi, la solitudine, l’avrebbe gestita con esperienza, senza lasciarsi confondere. Lei.



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