MILAREPA DI LOUIS NERO. INTERVISTA AL REGISTA
di Laura Bonelli
Un mistico tibetano vissuto nel Medioevo, famoso in Oriente quanto San Francesco da noi. La storia di Milarepa narra di condanna e redenzione. Divenuto un potente mago oscuro, omicida per volontà della madre desiderosa di vendetta, Milarepa decise poi di intraprendere un cammino per espiare le sue colpe, arrivando ad essere riconosciuto come guida di santità. Il regista torinese Louis Nero riprende il celebre libro "Vita di Milarepa" ambientando il film in un futuro distopico e affidando il ruolo di protagonista a una ragazza, interpretata della giovane attrice inglese Isabelle Allen. Nel cast anche tre giganti della recitazione: Angela Molina, F. Murray Abraham e Harvey Keitel. Un film profondo, che parla dell'importanza del perdono, della presa di coscienza dei valori reali della vita.
Milarepa è in concorso alla XIV edizione del Parma International Music Film Festival e verrà proiettato alla Casa della Musica di P.le San Francesco a Parma venerdì 25 settembre alle 17,30, con ingresso gratuito. Saranno presenti il regista e l'attrice Diana Dell'Erba.
Come è nata l’idea di fare un film su Milarepa?
Parlando con i ragazzi, con le generazioni giovani ho scoperto che non solo non hanno letto Vita di Milarepa, non hanno mai sentito neanche parlare di questa figura.
Quando avevo diciott'anni, subito dopo aver letto il libro, ho detto: prima o poi riuscirò a fare un film su questo grande personaggio.
Ci ho impiegato trent'anni, poi ce l'ho fatta.
Nel film la protagonista è una ragazzina, che in tutto il percorso di distruzione e redenzione mantiene sempre una sorta d’innocenza…
Mila obbedisce e subisce la madre. Lei è la vittima da un certo punto di vista, non è mai l'artefice, cioè, ovviamente quando fa del male, ne diventa complice. E’ colpevole di essere vittima, non riesce a dire no. Il tema portante del film infatti è la guerra: gente che continua ad accanirsi senza poter dimenticare il male ricevuto nel passato e continua a perpetuare male al posto di dire basta.
Come hai fatto a formare il cast?
Molto semplice, noi facciamo i casting, siamo una delle poche produzioni rimaste dove vogliamo vedere le persone. Io vedo praticamente dalla protagonista alla comparsa. Di solito non mi faccio consigliare da nessuno, né dai produttori, né dalle televisioni. Faccio sempre un casting aperto in tutti i miei film, che è la cosa, secondo me, più bella. Arrivano persone che non hanno mai recitato, gente senza agenzia o grandi professionisti, dipende dal caso.
Nel film ci sono tre grandi attori...
Con Murray ormai è il secondo film, non è più per me solo un attore perché siamo amici, fra un film e l'altro ci siamo frequentati nelle presentazioni, sono stato ospite da lui a casa, conosco un po' tutto il suo contesto, è un grande amico che rimane sempre un grande interprete, esigente, perché lui sulla preparazione è molto preciso, vuole sapere tutto, arriva dal mondo del teatro. E’ sempre bello lavorare con lui anche se credo sia uno degli attori più sottovalutati di sempre.
Con Angela Molina, mi sono trovato subito bene; comunque è stato curioso perché per lei questo credo fosse il primo personaggio cattivo di tutta la sua carriera. E' stato interessante convincerla che si poteva fare anche in questo aspetto negativo, qualcosa di giusto.
Invece Harvey è stata la sorpresa, perché Keitel incarna il personaggio cattivo per eccellenza del cinema americano. In realtà è l'esatto opposto, ho trovato una persona buona, in tutti i sensi. Molto amante del mondo buddista, conosceva benissimo Milarepa, le parole, i contenuti, la filosofia. Con lui parlavo soltanto di vita e di morte, mai del film. Ore e ore nel camper a parlare di vita, di morte, nel senso filosofico del termine. E’ stato davvero bellissimo.






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